Dylan Dog #372

Hai paura del buio?










Paola Barbato e Corrado Roi, due tra i nomi più quotati del rooster dylanianto, intraprendono un viaggio alla base di ogni paura, andando a scomodare nientemeno che l'Uomo nero e riprendendo un filone narrativo intrapreso tempo fa sul primo numero della collana Il nero della paura.

[Sì, potrebbe contenere spoiler.]



Ne Il bianco e il nero Dylan Dog fa la conoscenza dell'Uomo Nero, il quale gli chiede di aiutarlo a far diventare cattivo suo figlio, un ragazzino nero che teme l'Uomo Bianco, Buono e Gentile - cioè Dylan - come il suo peggiore spauracchio. L’episodio è una sorta di indagine alla ricerca della scatola nera per decifrare la psiche dell'Indagatore dell'incubo e si presenta come parte integrante della poetica del Dylan Dog di Paola Barbato. La Barbato continua infatti a impostare le sue storie principalmente sulle paure, sull'ipocondria di Dylan. Per Tiziano Sclavi questo era un semplice motivo - anche ricorrente, se volete - per portare l'Indagatore dell'incubo a doversi misurare con se stesso, ma che alla fine non gli impediva di portare a termine l'indagine o di salvare (o almeno cercare di salvare) una bella ragazza, se stesso o chiunque altro. Per la Barbato diventa l'evento stesso della storia in sé, l'oggetto della narrazione.

"Cos'è la vita senza una dose di qualcosa, una dipendenza?" cantano gli immensi Baustelle in Betty, loro recente singolo estratto dall'album L'amore e la violenza. Bene, per Dylan la vita senza la giusta dose di paura (la sua vera droga) non è niente, tant'è vero che inizia ad avere paura di non provare più alcuna paura.
ll Dylan della Barbato non vuole o non sa diventare adulto. È troppo affezionato alle sue tare, ai suoi dubbi, alle sue ansie, alle sue paure ma non in modo "virile", maturo: si comporta come un ragazzino - e in questo è simile al figlio dell'Uomo Nero al quale dovrebbe fare da mentore.
Del resto sono le paure a rendere l'inquilino di Craven Road umano, fragile e a noi vicino. Fedele all'incubo che si è scelto, a questo Dylan di conradiana memoria non riesce difficile contraccambiare le offese che gli vengono fatte con gesti umani come la compassione e la gentilezza, in quanto, come lui stesso spiega a pag. 63, per lui i mostri non sono altro che creature meravigliose. Così l'Indagatore dell'incubo si ricollega all'etimologia latina del termine "mostro", dimostrando un'innata propensione a comprendere i disagiati, a empatizzare per gli ultimi e a schierarsi dalla parte dei freak.

La narrazione prosegue molto lineare e persino quasi ingenuamente su di un binario bipartito: da un lato il Bianco, il bene che cerca di capire le ragioni del Nero, dall'altro il Nero, il male che cerca di far capire all'altro le sue ragioni. E alla fine senza il candore del bianco non può esserci l'oscurità del nero, senza la paura non può esserci la serenità, che le si contrappone in una dicotomia inevitabile e inscindibile.

La struttura dell'albo ricorda molto da vicino quella di Mater Morbi, storia scritta dall'allora non curatore della testata Roberto Recchioni. Dylan sta con una ragazza - si accorge di avere qualcosa che non va - viene ricoverato in ospedale - parte per un viaggio interiore (in questo caso alle origini delle sue paure?) - torna in sé.

Se i riferimenti culturali sclaviani andavano da Edgar Allan Poe a H.P. Lovecraft, tra i tanti, qui ritroviamo Stephen "il re da un romanzone all'anno" King (citato fin dall'editoriale di Recchioni) applicato allo specifico caso di Dylan e Babadook, film horror psicologico diretto da Jennifer Kent, citazioni forse meno accattivanti e in alcuni casi più "pop".




L'aspetto legato al bianco e al nero, rimando al titolo, è la parte di tutto l'episodio che funziona meglio. La storia infatti è anche una celebrazione del marchio di fabbrica dello stile bonelliano, negli ultimi anni un po' oscurato dalla presenza sempre più frequente del colore. Si avvertiva in effetti un certo desiderio di riaffermazione del valore e dell'unicità del patrimonio espressivo del bianco e nero, del lavoro articolato e insostituibile della china sul foglio bianco, qui opportunamente "sporcato" da un maestro del gotico come Corrado Roi (che "esagera sempre con la china", come suggerisce un Groucho metatestuale a pag. 15).
All'opera su una storia scritta su misura per lui, Roi pare particolarmente a suo agio in questo episodio. Il maestro del gotico torna a esprimersi su alti livelli, dopo la vera e propria rinascita avvenuta su UT (miniserie in cui ha collaborato guarda caso con la Barbato e che, stando a quanto annunciato sul catalogo Preview diffuso proprio oggi, ritornerà a novembre in libreria con un prequel inedito). 


La cover provvisoria di UT - L'inizio, in uscita a novembre.

Roi raggiunge una perizia e minuziosità che ci ricordano i suoi tempi migliori e dà il massimo quando fa fagocitare il povero Dylan dal nero più assoluto e lo proietta nella dimensione da incubo dove si svolge buona parte della vicenda. Le sue tavole sono di notevole impatto scenico, piene di mezzetinte e con un lavoro alle chine davvero magistrale. Alcune pagine mostrano un lavoro d'atmosfera incredibile, come le splash page di pag. 25 e 69.
Riguardo la resa grafica, da ricordare la resa dei balloon dell'Uomo Nero, nei quali - su sfondo rigorosamente nero, quasi fosse una lavagna d'ardesia - si vengono a trovare le singole parole di colore bianco, l'opposto di quello che succede normalmente (testo nero su sfondo bianco).

D'altro canto, dal lavoro di un maestro come Roi ci attendiamo sempre il meglio, per cui è doveroso annotare che quella straordinaria oscurità che avevamo già evidenziato leggendo il prologo di 24 pagine di questa storia (pubblicato su Dylan Dog - Il nero della paura #1 del luglio 2016) sembra perdersi in alcune tavole del resto della storia e non sempre l'elaborato lavoro di inchiostrazione riesce a venire fuori con uguale potenza. In ogni caso, da La ninna nanna dell'ultima notte in poi stiamo assistendo a una nuova fase della carriera artistica del maestro di Varese e siamo fortemente curiosi di scoprire dove condurrà questa nuova verve.

Ciliegina sulla torta, il clima onirico e fantastico della storia permette a Gigi Cavenago di tirar fuori dal cilindro la più mignoliana e spettacolarmente gotica tra le copertine realizzate finora.

RolandoVeloci & il Sommo audace



"Il bianco e il nero"
SERIE: DYLAN DOG
NUMERO: 372
DATA: agosto 2017
SERGIO BONELLI EDITORE


SOGGETTO E SCENEGGIATURA: Paola Barbato
DISEGNI E CHINE: Corrado Roi
COPERTINA: Gigi Cavenago











Per le immagini: © 2017 Sergio Bonelli Editore.

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