lunedì 9 ottobre 2017

Il Dylan Dog di Tiziano Sclavi - L'alba dei morti viventi

L'alba di un mito senza tempo




La Sergio Bonelli Editore ripubblica L’alba dei morti viventi e noi non potevano perdere un'occasione più unica che rara: rileggere, in una veste grafica inedita, il primo mitico numero di Dylan Dog, la serie ideata da Tiziano Sclavi, e condividere con i lettori del blog questi appunti sparsi su una storia che ha cambiato il mondo del fumetto italiano.



Dopo la prima, e ormai introvabile, edizione, pubblicata il 26 settembre 1986, seguita dalla prima e seconda ristampa, dalla Collezione book e dell'edizione a colori de La Repubblica e L'Espresso, anche nell'ottobre 2017, dopo oltre 31 anni, è dunque possibile ritrovare questo volume in edicola e per questo dobbiamo essere grati all'ideazione della nuova collana, Il Dylan Dog di Tiziano Sclavi, arrivata alla sua sesta pubblicazione.

L’alba dei morti viventi. Un titolo del genere non è frutto del caso ma, al contrario, è il modo in cui Sclavi rende omaggio a uno dei suoi maestri ispiratori, il compianto regista americano George A. Romero e al suo Dawn of the dead (1978), distribuito in Italia con il titolo Zombi e visto in una serata all'insegna dei film dell'orrore da Dylan, Groucho e dalla bella Sybil Browning. «Quando all’inferno non c’è più posto i morti cammineranno sulla terra» è la citazione quasi letterale presa in prestito da Sclavi dalla pellicola di Romero, co-prodotta da Dario Argento. 
Alla locandina originale di un altro film di Romero, il precedente La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead, 1968), si ispira il maestro Claudio Villa per realizzare quella che resta e resterà la copertina più evocativa della storia del fumetto italiano. Le mani dei morti emergono dalla terra che ha ricoperto i loro cadaveri, una figura umana in torsione plastica impugna una pistola, alle sue spalle alcuni zombi si dirigono inquietanti e minacciosi verso l'uomo in jeans, camicia rossa e giacca nera e, sullo sfondo, un’alba di sangue colora il cielo di terrore. L'inizio del mito. Gigi Cavenago, infatti, sceglie di non fare il verso a Villa ma di rendergli giustamente omaggio e non prova neanche ad abbozzare un'idea nuova: il giovane copertinista della serie (il terzo in ordine cronologico, dopo Claudio Villa e Angelo Stano) riproduce fedelmente la disposizione delle figure dell'originale di Villa, aggiungendo un tocco di pop retro in stile locandina di film.

La locandina italiana de La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead), film di Romero del 1968.
La cover originale di Claudio Villa.


Sulla trama è stato scritto e detto di tutto. In questa sede vogliamo provare a fare qualcosa di diverso: concentrare le nostre riflessioni circa la Weltanschauung di Sclavi. Abbiamo letto numerose volte questa storia ma mai, come in quest'ultima occasione, ci è sembrata così perfetta, così manifestamente programmatica: ciò a dimostrare come l'opera sclaviana sia destinata a restare nel tempo e a resistere agli assalti sferrati dal passare inesorabile degli anni e quanto le sue intuizioni narrative, linguistiche e sociologiche fossero innovative e in anticipo sui tempi.
Sclavi e la sua visione del mondo sono già tutti concentrati nella prima sequenza narrativa di questa storia.
La prima tavola dell'albo.

Un urlo (AAAH!), abbagliante come fosse un lampo, potente come un tuono, velocissimo come un fulmine, squarcia la notte in un quartiere residenziale alto borghese. Una donna, visibilmente spaventata, pensa "Mio Dio...", ma non c'è nessuna divinità in ascolto: il cielo o è vuoto o gli dèi si disinteressano di quello che sta per accadere. Segue una preghiera, inascoltata, davanti a una porta significativamente chiusa: "Apriti!... Ti prego... apriti!" Le prime parole che le escono di bocca sono «Nooo! Via! Vai viaaa!»: una negazione e un ordine, seguìti da un calcio ben assestato in pieno volto al suo molestatore. Dopo qualche tavola ci si rende conto che si tratta di una donna che tenta di sfuggire a un uomo che la bracca. Un altro pensiero: "Non può essere... Tutto questo non è vero!..." che indica sospensione di credulità: una cosa che non era stata prevista sta capitando proprio a lei, la quale riteneva che mai si sarebbe potuta trovare in una situazione del genere.

"No! Sono in trappola!" si dice la donna quando, per sfuggire alle mani tese, emergenti dall'oscurità, che la inseguono testardamente, si ritrova rinchiusa nel bagno dell'abitazione. «John... io... sono Sybil... John... ti prego...» Urla disperata la donna. Due nomi propri, pregni di significato, un'attestazione di esistenza ("io... sono") e ancora una preghiera, questa volta indirizzata non a un dio assente o sordo ma al suo potenziale carnefice, lui, sì, presente, concreto e pericoloso. 


Un terribile "SCRASH!" e la mano dell'uomo penetra il fragile legno della porta chiusa del bagno, proprio come, in una violenza, colui che vìola la vittima vince le sue deboli difese. «No... John... no...»: ancora un timido e insieme rispettoso tentativo, destinato a fallire, di scardinare le volontà maschili con lo strumento della parola. Segue uno spaventoso "SBRANG!" e lo squarcio nella porta è totale e il male incarnato può dilagare. Allora alla donna non resta che contare sulle proprie forze e, afferrate delle forbici, comanda ancora all'uomo «Vattene, John!», chiude gli occhi e affonda le forbici (la vittima vìola il carnefice, invertendo i ruoli) nel volto (probabilmente in un occhio) di quel John che fino a poco prima sembrava sul punto di sopraffarla.

Quali riflessioni fare davanti a cotanto equilibrio di forma e perfezione di senso?
Purtroppo l'esperienza - secondo Sclavi - sembra non servire a nulla, così come i sensi. La conoscenza non conduce alla felicità e al bene. Anzi... Una donna si trova a correre pericoli mortali in casa sua, nel luogo che dovrebbe rappresentare proprio il massimo della sicurezza e chi vuole farle del male è il suo uomo, colui che avrebbe dovuto proteggerla (il quale, magari, l'ha fatto fino al giorno prima). Ma arriva sempre il momento in cui le persone, per dirla alla David Lynch, "si rivelano" («le persone non cambiano, si rivelano») e mettono in atto quello che era già successo nella loro testa tante e tante volte, come in un film. Non occorre fare affidamento sui fedifraghi sensi e sulla precaria esperienza esistenziale perché puntualmente ci stupiremo e scopriremo di non essere pronti ad affrontare i "mostri" che avremo davanti.
Ma gli zombi per fortuna non esistono mentre, purtroppo, la violenza domestica sì: il mostro, in questo caso, è il marito, proprio colui che la donna credeva di conoscere, che aveva sicuramente conosciuto (anche carnalmente) da vicino, intimamente.

Unica conclusione possibile: è Sclavi il vero mostro (di bravura), il quale con poche pagine capovolge Sigmund Freud e la psicoanalisi e rende manifesto il fatto che la conoscenza non porta consapevolezza ma paura, e che più si conosce più si teme. Il vivere e accumulare esperienze è insufficiente a contrastare l'assoluta desolazione che circonda il nostro vissuto: infatti, ci sarà sempre qualcosa di nuovo e di pericoloso che ci attenderà nel buio e finché saremo in vita non saremo al sicuro.

Veniamo ai nomi dei personaggi di questa prima avventura.


Di Dylan abbiamo già detto in occasione dell'uscita della riedizione di Golconda! (trovate la recensione qui). Possiamo aggiungere che il cognome dell'Indagatore dell'incubo, Dog, è God al contrario e ciò fa del nostro amico, più che un contro-dio o un anti-cristo, un alfiere della lotta ai preconcetti, ai dogmi e alle certezze prestabilite. «Il mio metodo di indagine è di scartare tutte le ipotesi possibili. Ciò che resta è molto più divertente, e guarda caso è il mio mestiere: l'incubo». Questa sì che è una dichiarazione d'intenti a dir poco magnifica e irripetibile.

Veniamo a Sybil. Il suo nome è più rivelatore di quanto si possa pensare. La Sibilla è una figura chiave delle mitologie greca e romana: si tratta di una donna (preferibilmente vergine) in grado - sotto possessione divina - di formulare profezie, emettere responsi ed elaborare predizioni. Ma la caratteristica peculiare di questo strumento delle divinità è quella di parlare in modo mai del tutto chiaro, ma sempre ambiguo e oscuro proprio per lasciare spazio a un numero equivoco di interpretazioni. Il fatto che la prima cliente di Dylan porti questo nome è significativo: è lei che predice al nostro - in una volta sola - tutti i pericoli futuri e gli annuncia silente - in un amplesso di morte - la sua catastrofe esistenziale senza possibilità di redenzione.



John. Su questo nome abbiamo già detto in occasione della recensione di Johnny Freak ma vale la pena sottolineare quanto significativo sia che il primo morto vivente, la prima vittima che ritorna dalla morte abbia un nome biblico che porta dentro di sé una parte di Yahweh, cioè il nome ebraico di Dio. Gesù è il figlio di Dio che muore e torna dal regno della morte per vivere la vita eterna. John è un uomo di scienza che, in spregio a Dio e al patto di eterna alleanza siglato con Lui, ha dedicato la sua vita e la sua opera a vincere la morte e rimane schiacciato in qualcosa che va oltre la comprensione umana. Vittima e carnefice al tempo stesso.
John è anche il nome scelto da Recchioni come per identificare John Ghost, la nuova nemesi di Dylan e che, a pensarci bene, ha proprio le fattezze del primo morto vivente messo in scena da Sclavi. Inoltre, il cognome dell'uomo, che diventa anche quello della donna da sposata, è Browning. Anche questo non è un caso ma un riferimento al grande Tod, regista e vero e proprio pioniere dell'orrore, il quale negli anni Trenta, pur con i mezzi rudimentali di cui disponeva, è riuscito a realizzare vere e proprie opere d'arte cinematografiche (pensiamo al Dracula con Bela Lugosi e al capolavoro che tanto ha influenzato Sclavi, Freaks).



Xabaras. Per i lettori della prima ora non era il padre di Dylan ma "semplicemente" un cattivo destinato, sulla scia di un moderno dottor Frankenstein, a segnare la vita del protagonista. In realtà il nome, come ci dice lo stesso Dylan, è l'anagramma di Abraxas la cui origine si perde nella cosmologia gnostica e nella demonologia cristiana. Il diavolo che cammina e agisce sulla Terra. Il personaggio in questione tenta di lottare contro la morte per raggiungere il suo obiettivo, ovvero la conquista della vita eterna. Pur di raggiungere il suo scopo non si ferma davanti a nulla ma il siero che riesce a creare non vince la morte, bensì produce morti viventi i quali - quasi a rendere grazie di questa nuova opportunità o a vendicarsi di questa terribile condanna - non possono fare a meno di cibarsi di esseri umani vivi. E si arriva così al tema centrale del cannibalismo e del sacrificio. Com'è noto anche i cristiani sono stati accusati di cannibalismo dai Romani a causa dalla loro pratica che prende il nome di eucaristia. Bene, Sclavi mette in atto un'eucaristia totalmente laica - simile a quella di Romero, ma più profondamente poetica - in cui i morti, spinti da una pulsione irresistibile, tentano di riconquistare la vita letteralmente fagocitando quella altrui: purtroppo per tutti, vivi e zombi, il risultato di quest'opera di tracotanza nei confronti del cielo e della ragione è destinata a produrre soltanto altra miseria, altra sofferenza e altra morte.



Groucho. L'assistente di Dylan - i cui bollori intimi esuberanti, subito messi in evidenza, saranno destinati a rimanere inappagati - incarna l'amore di Sclavi per il cinema. Dylan lo presenta a Sybil e ai lettori come un ex attore comico. Identico al più noto dei fratelli Marx, questo bizzarro personaggio non svolge soltanto la funzione della spalla comica, ironica e beffarda, ma rappresenta - soprattutto - il lato leggero di Sclavi, quello indispensabile per spezzare la tensione che altrimenti dylanierebbe i nervi di autore e lettore. Le freddure di Groucho, immancabili in ogni albo e in ogni suo atto comunicativo, sono funzionali a equilibrare l'orrore e lo splatter con l'assurdo e il grottesco.

E che dire dell'opera grafica di Angelo Stano? Dylan viene presentato con le fattezze di Rupert Everett, attore inglese che ricambierà l'omaggio recitando in un film di Michele Soavi, diventato poi un vero e proprio cult, Dellamorte Dellamore del 1994, adattamento dell'omonimo romanzo di Sclavi; e anche le sue prime parole sono un omaggio alla letteratura: «Mi chiamo Dog, Dylan Dog» risuonano, per tutti, come una citazione di un altro grande "indagatore" sui generis, il James Bond di Ian Fleming. Fin da questo suo primo lavoro, l'allora giovane autore pugliese si impone agli occhi di tutti come IL disegnatore per eccellenza della serie regalando una prova maiuscola che rinnoverà, tra tradizione e innovazione, il mondo del disegno in Italia. Come un novello Egon Schiele, caratterizzato da un tratto spigoloso e irregolare, a metà tra l'espressionismo e il protocubismo, Stano si cimenta - guidato dalla minuziosissima sceneggiatura di Sclavi - in pose plastiche, tra busti in torsione e memorabili scene collettive: quelle con i lentissimi e claudicanti zombi saranno, per chiunque leggerà Dylan Dog, le più paurose, le più amate e le più rimpiante. I suoi visi - ora terrorizzati ora beffardi - appaiono sempre "sporcati" di profondità, specie sulle gote. 
Con il suo contributo, l'approdo di Dylan Dog in edicola fu davvero quell'evento che squarciava le consuetudini del fumetto seriale da edicola.


E ora, giusto due parole sulla struttura della storia.
La vicenda si conclude con un grande olocausto di fuoco, un immenso falò nel quale, bruciando, si purificano soltanto gli inconsapevoli morti tornati dalle loro tombe, mentre Xabaras grida vendetta nei confronti del suo antagonista.
Si inizia con un urlo e si termina con un sogno (di morte) nel sogno (di un abbraccio di amore e morte), con la stessa donna che urlava all'inizio che rassicura (?) il protagonista.
Il cerchio si chiude.
Dentro, l'infinito.
Rolando Veloci



"L'alba dei morti viventi"
SERIE: Il Dylan Dog di Tiziano Sclavi
DATA: ottobre 2017
SERGIO BONELLI EDITORE

SOGGETTO E SCENEGGIATURA: Tiziano Sclavi
DISEGNI E CHINE: Angelo Stano
COLORI: GFB Comics e Luca Bertelè
COPERTINA: Gigi Cavenago








Per le immagini: © 2017 Sergio Bonelli Editore.

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